Créations d'étudiants

Voici une sélection de textes et de projets réalisés par mes élèves.

Senza titolo di Jean-François Lafay

(Laboratorio di scrittura creativa sul labirinto)

il muro delle illusioni

si frammenta

in una moltitudine

di corridoi

di cortili

ora luminosi

ora ombrosi

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Metamorfosi di Micheline Bonnet

(Laboratorio di scrittura creativa sul labirinto)

Se fossi una farfalla ed entrassi in un labirinto, cosa troverei? Ombra, corridoi, scale infinite, vestiboli, odore di muffa, colonnati, stanze, portici, freschezza polverosa, gallerie e vicoli ciechi, un mondo incerto, misterioso.

Fuori il sole brucerebbe le mie ali, mi accecherebbe gli occhi, mi ucciderebbe se mi avvicinassi troppo. Lo so: sarei una vera farfalla, una falena, metamorfosi di Icaro, il figlio focoso di Dedalo che un dio utile ha salvato dall’annegamento dopo la caduta, a patto che non esca in pieno giorno, ma Ovidio non ne fu informato.

Io Icaro, sono io, quasi nato lì, nel labirinto, quando mio padre superava il suo cantiere. Ci torno quando la nostalgia del passato si impossessa di me e non mi lascia più andare, quando mi mancano la sua atmosfera, la sua solitudine, la sua strana vita. Entro in lui come entrerei in me stesso. Devo dire me stessa, io la falena, o me stesso, io Icaro?

Tutto è diverso in me. Sono l’alterità stessa e non ho parole per dire chi sono, che provo. L’infanzia è muta. Eppure un ricordo mi tormenta: c’era un mostro nel cuore del labirinto. Mio padre diceva:” Non avvicinarti alla tana del Minotauro. Divora i bambini disobbedienti”.

Il mostro mi attraeva, come il lupo delle fiabe per i fanciulli. Curiosità, pietà, o piuttosto somiglianza? Penso di avere provato simpatia per lui, per la sua solitudine, la sua bizzarria. Non avevo né paura né disgusto; per me, era un compagno possibile, un alter ego con cui condividere momenti, giocare, esplorare territori nascosti, divertirsi… Ero incomprensibile per lui quanto lui era per me, da qui la nostra complicità.

Ero piccolo e debole, lui era grande e forzuto, ombroso, imprevedibile, come un bambino non amato, punito per il fatto di esistere.

Mi torna una sensazione di felicità perduta, la mancanza dei giochi innocenti con questo colosso silenzioso, o ululante come una bestia. Era nato da una colpa resa possibile da mio padre, il suo corpo ne era la metafora. Basta nascondere il mostro per liberarsene? Ma chi sono i mostri? Chi non porta un mostro dentro di sé?

Teseo, l’eroe impavido lo uccise, poi fuggì con Arianna, senza preoccuparsi del dolore di Pasifae o dell’ira di Minosse, dell’accoramento di Icaro, la cui l’anima continua a svolazzare nel labirinto come una falena.

Toccare la cima di Elisabeth Pujol

(Laboratorio di scrittura creativa sul labirinto)

Una parete alta e verticale,

vertiginosa.

Ti accingi a fare l’ascesa.

Un percorso difficoltoso,

passo dopo passo.

La roccia sgretolata è scivolosa.

Con gli occhi e le mani cerchi un appiglio,

senza perdere di vista lo scopo della spedizione ad alta quota.

Un’avanzata incerta nella nebbia

che a quel momento ricopre tutto.

I punti di appoggio potrebbero essere fuori portata:

le interrogazioni turbinano nella testa di chi – sebbene cauto e coraggioso –

cerca di anticipare le insidie. 

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Sogno di un fiume

(Poesia collettiva laboratorio yogaMente)

Impantanato nelle sabbie bruciate

Dal sole del deserto

Io vecchio fiume

Sogno la mia giovinezza balzante

Fiera e nobile

La vita è fatta di metamorfosi

Io vecchio fiume

Ho paura di cambiare

Di perdere l’identità

Il silenzio mi ricorda un sogno

Che è il solo cammino della mia vita

Divento bruma al calore del sole

E mi abbandono

Io giovane fiume…

Viaggio in una tempesta (Liberamente ispirato a “Rain” di Ryuichi Sakamoto) di Jacqueline Fantone

(Laboratorio yogaMente)

Dritta, gambe allargate, braccia lungo il corpo. Una luce lattiginosa mi avvolge, non individuo il luogo dove mi trovo. Con lo sguardo percorro i dintorni. Non riconosco niente. Mi assale uno stato di allerta. A poco a poco provo a muovermi, prima con lentezza come al ralenti.

Di scatto la voglia di correre si impossessa di me. Allora corro, corro, non so dove mi porta la corsa ma non posso smettere. Mi precipito sempre in avanti. Corro sempre più velocemente, a perdifiato. Avverto un’urgenza di arrivare. Non tocco più terra, volo! Aumento il battere delle ali. Come l’aquila mi elevo in alto nel cielo. Neanche da lì posso distinguere la meta del volo. Sento il batticuore e un tumulto invadermi. Raggiungo l’apice dell’ascesa. Ripiego le ali. Cado e mi precipito verso la terra ferma. Temo di sprofondare. Affannata mi ritrovo incolume sui piedi che riprendono la corsa più tranquillamente. Tiro un sospiro di sollievo.

Non vedo ancora la fine però il respiro rallenta e mi sento meno inquieta. Ma poi, nuovamente, senza capire il perché, accelero il passo. Riprendo la corsa veloce anche se non so dove mi conducono questi moti incontenibili e irreprimibili delle gambe. E il ciclo corsa-volo si ripete. Avverto tutte le sensazioni di prima. Aspetto che i movimenti e le sensazioni pervengano al culmine. Aspiro alla calma. Ecco il termine della corsa, torno dal viaggio nell’ignoto. Ora tutto è tranquillo, calmo. La luce lattiginosa si scioglie. Torno in un luogo rassicurante e sereno.

Andrà tutto bene.   

L’onda (Liberamente ispirato a “Rain” di Ryuichi Sakamoto) di Sylvie Bellotto

(Laboratorio yogaMente)

Da qualche tempo è lui il capo, la guida. È lui che dà il segnale della partenza. Gli altri contano su di lui per lo spettacolo. Si lancia per primo nell’aria e al suo segnale gli altri lo seguono in piccoli gruppi, gli uni dopo gli altri, poi si estendono fino a formare un velo che ondeggia come una bandiera nel vento. Dura solo qualche secondo.

Questi piccoli esseri non possono fare uno sforzo a lungo: si posano su un albero per un momento e recuperano fiato. Al suo segnale riprendono il volo, tutti insieme, ricoprendo il cielo rosso e oro come una nuvola cacciata dal vento che si stira fino a sembrare un nastro che scende e sale, con ritmo, come se fosse posato su una molla, girando intorno ai palazzi fino a sparire, non si sa dove, per meglio tornare. Gli storni hanno invaso la gru del cantiere, immenso albero di ferro, facendo festoni sui sostegni metallici. Lui è felice, sono tutti qui, insieme, hanno risposto all'appuntamento dopo aver passato il tempo alla ricerca di cibo nei parchi e nei giardini della città. Un rumore forte risveglia la troupe sistemata tranquillamente. Lui inizia l'ultimo balletto aereo, seguito dalla compagnia che disegna degli arabeschi, salutando la fine del giorno. Un’ultima passeggiata nel cielo che comincia a oscurarsi, poi si dirigono verso il loro riparo notturno. E se, per caso, in questo momento, qualcuno alza la testa e vede lo spettacolo, rimane stupito da tanta bellezza e la vita sembra più felice, almeno per un attimo.